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Teoria dello svenimento nei film Stampa
Venerdì 12 Dicembre 2008 00:00

Dieci scene di svenimento in ventidue film. Probabilmente Truffaut è il regista che più ha usato questa figura (linguistica? medica? metaforica?) e su queste scene Mauro Marchesini ha esercitato la sua tagliente scrittura critica e il suo notorio amore truffauttiano per pubblicare un piccolo e affascinante libretto.

Perché, al di là della necessità narrativa cui questa situazione risponde nei singoli film, ogni svenimento diventa per Marchesini una specie di confessione a cuore aperto rivolta allo spettatore su un tema - quello della perdita di sé e dell'altro - che attraversa tutta l'opera del regista. E che può spiegare meglio di tante letture lo «strazio» che ne innerva l'ispirazione.Vicine per esperienza a quelle dell'annientamento di sé (non a caso il libro si intitola Le Grand Noir, «il grande nero»), le scene di mancamento si colorano di significati sempre diversi: in Fahrenheit 451 ci ricordano che spesso nel suo cinema i ruoli maschili e femminili si scambiano tra di loro; in Le due inglesi aiutano a esplorarne il «retrogusto erotico»; in Adele H. gli svenimenti si colorano di quella pulsione masochista che rende una persona «desiderosa di svanire e, talora, addirittura incapace di crescere, evolversi, contraddirsi»; nell'Ultimo metrò diventano riflessione sulla forza della finzione, per trovare nella Signora della porta accanto la forza di rendere tangibile «l'illusione di poter conquistare una qualche intimità con la morte». Che è forse l'ossessione più nascosta di un regista come Truffaut.

Paolo Mereghetti
«Corriere della Sera» 11 dicembre 2008

 

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