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Quando il cinema va alla guerra Stampa

Il critico Claudio G. Fava ha scritto una guida ai cento migliori titoli bellici

Nell'epoca dei dizionari omnicomprensivi e nell'era dell'immensa banca dati di internet ha ancora senso e valore un libro che racconti per schede la storia di un "genere" cinematografico? La risposta è sì se l'autore, in questo caso Claudio G. Fava, può garantire l'unicità del tocco come il più classico dei fantasisti del calcio.

E rispetto alla guerra sullo schermo, che racconta e riassume secondo la mappa del viaggio in cento titoli, come vuole la collana delle Mani editore (236 pagine, 18 euro), Fava è proprio un "numero 10" che sa sempre dove andrà a finire non il pallone ma il dato specifico da non trascurare per non ripetere, anche se con il proprio stile, l'ennesima recensione. Così il film sotto la lente assume anche la dimensione di una piccola ricognizione in quell’universo in divisa pronto a scannarsi in macellerie a cavallo, a piedi, in aereo, in nave o in carro armato.
Fava prende in esame le traiettorie delle battaglie nelle tre dimensioni che non sono quelle che si possono vedere con gli occhialini tecnologici ma semplicemente il triplice terreno di strategie e tattiche: terra, cielo e mare.
Scorrono epopee celebri e melodrammi con il fucile che Fava esamina andando a misurare anche preziosi equilibrismi per dare anche l'attendìbilità storica e filologica: il nome esatto di un reparto, la cattiva abitudine di chiamare in un certo modo l’esercito tedesco, qualche licenza di troppo nei costumi con stellette e spalline. È una ricognizione guidata a quanto Hollywood, Londra, Mosca, Roma, parigi, Berlino e dintorni hanno messo in sequenze tra l’afflato pacifista, la riflessione politica e le esigenze dello spettacolo a tutto tondo e a tanti botti. La bussola di Fava non tradisce mai, anche se forse resta discutibile il criterio di una sola pellicola per regista che costringe così l’autore a preziosi equilibrismo per dare anconto del “fuori campo”. Prendiamo  317 battaglione d'assalto e leggiamo di Jacques Perrin non solo interprete ma anche produttore: «Ci fu un periodo della sua vita in cui ottenne molte cose dall'esercito francese. Ovvero, quando a partire dagli anni '90 erano diventati generali quelli che da giovanissimi ufficiali erano stati in Indocina come il sottotenente Torrens. Nel suo personaggio rivedevano la loro drammatica giovinezza e concedevano a Perrin tutto quello che potevano, per girare i film, soldati e autocarri compresi. Poi anche questa stagione è terminata».
E per Stalag 17: «Un modello di tutto. Di ambientazione, di recitazione, di sceneggiaturà, di doloroso e divertito distacco da un mondo germanico che, per anni, era stato anche il suo. C' è tutto Billy Wilder ... Quando mai Robert Strauss è stato così strepitoso? Tutto diventa facile con Wilder».
Dunque, camei, ritratti spiccioli, dichiarazioni di vecchi e nuovi amori, percorsi tra il fango delle trincee, le nuvole del Barone-Rosso e la lotta sottomarina dove l'oceano è bollente di siluri e bombe di profondità, note sulla qualità delle edizioni italiane di kolossal plurilingue come «Tora, Tora, Tora», rivelazioni personali sui dialoghi dei frati di «Paisà».
I cento capitoletti firmati da Fava si trasformano così in un mosaico sui conflitti che la macchina da presa ha cercato spesso di restituire senza nasconderne la violenta e fatale assurdità. Un ''breviario'' - sarà presentato domani alle ore 17 al cinema Corallo nell'ambito del Genova Film Festival - che non si propone l'esaustività ma soltanto di indicare un possibile percorso che a sua volta trova scorciatoie e divagazioni, in modo che il film di guerra non resti soltanto una visione di morte, ma certifichi pure il recupero di valori che l'uomo abbandona quando riceve l'ordine d'annientamento.


natalino Questo indirizzo e-mail è protetto dallo spam bot, abilitare Javascript per vederlo
«Il Secolo XIX» lunedì 28 giugno 2010

Ultimo aggiornamento ( Giovedì 07 Ottobre 2010 10:27 )
 

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