Home Rassegna stampa "Filmcritica" il cinema duro e puro
"Filmcritica" il cinema duro e puro Stampa

Ci vogliono passione, coraggio, tenacia per arrivare, in tempi corrivì e banali come i nostri, al numero 600 di una rivista come Filmcritica, fucina storica di critici puri e duri, portabandiera di un modo alto di analizzare il cinema, lontano mille miglia dalla pratica odierna fatta di suggerimenti lampo e, giudizi. concisi.

«Non ci siamo accorti neppure noi di essere arrivati al numero 600 - scrive il direttore Edoardo Bruno nella presentazione dell'ultimo numero - eppure eccoli là, allineati negli scaffali i numeri, dieci per anno, a contrassegnare le linee, gli apporti, le discussioni su arte e impegno - il cinema referente supremo - su comunicazione e pensiero, dunque, su filosofia consustanziale al cinema...». Nessuna attenzione, quindi nel celebrare anniversari, solo la massima cura nel confezionare il prodotto e soprattutto il libro, Senso come rischio. 60 anni di Filmcritica (Le Mani), che questa sera viene presentato a Roma, nella Casa del Cinema. Seguirà la proiezione, in anteprima nazionale; di Carmel, l'ultimo film del regista israeliano Amos Gitai. Eppure, anche l'ultimo esemplare della rivista (che ha avuto Pietro Ingrao tra i redattori celebri) è cosparso di perle annunciate dal direttore con elegante nonchalance. Nella pagina finale c'è un disegno di Marco Bellocchio, datato dicembre 2009, e intitolato Il canto dell’internazionale. In mezzo c'è un'intervista (di Lorenzo Esposito, Donatello Fumarola e Enrico Ghezzi) in cui Quentin Tarantino sciorina senza giri di parole la filosofia del suo cinema, tema intorno a cui si arrovellano eserciti di esperti studiosi fin dai tempi dell'esordio folgorante con le Iene. «Quello che penso - dice l'autore è che non esiste un cinema alto e un cinema basso, esiste solo il cinema. C'è il cinema buono e quello cattivo. Dipende dalla tua reazione al film. Se hai delle reazioni positive verso il lavoro di un artista, o se hai delle reazioni positive verso pezzo in particolare, allora in fin dei conti tra Jack Hill e Jean Renoir
non ci sono differenze ... Mi aspetto delle cose  da Jean Renoir che non mi aspetto da Jack Hìll. E mi aspetto delle cose da Jack Hill che non mi aspetto da Jean Renoir. Chiunque avrebbe sbandierato in ogni modo la dìchiarazione, praticamente il manifesto del Tarantino-pensiero. Bruno cita semplicemente l'intervista, insieme alle altre, e annuncia di voler mantenere «lo sguardo rivolto al futuro, premessa e promessa di una nostra convinta e assertiva militanza. Come argomentiamo, redazionalmente nella tavola rotonda, discutendo di tutto quello che “fa” eccezione) come desiderio assoluto».

«La Stampa» venerdì 5 febbraio 2010

Ultimo aggiornamento ( Giovedì 07 Ottobre 2010 14:49 )
 

Credits to Templates By Compass Design - Credits to Tag cloud By Zaragozaonline - Credits to Virtuemart