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Tutto il cinema di Oliveira, tra politica e filosofia Stampa

È stato Gilles Deleuze, nei suoi celebri due volumi dedicati al cinema, a scoprire nella settima arte una fucina di idee ed in alcuni grandi cineasti gli inventori di concetti e forme fìlosofiche.

Il cinema come forma di pensiero: ecco l'ambizioso progetto del filosofo francese che riecheggia con decisione, nelle pagine dell'ultimo volume di Francesco Saverio Nisio - filosofo del diritto nell'Unìversà di Foggia, attento studioso delle arti cinematografiche, ed autore di monografie sospese fra cinema, diritto e filosofia - intitolato Manoel de Oliveira. Cinema, parola, politica (Le Mani, 2010, pp. 352, euro 18,00). Un affresco che racconta il grande cineasta portoghese non solo attraverso i film (chi non ricorda La valle del peccato o Ritorno a casa?) ma anche esplorando il teatro e la letteratura, la politica e l'attualità, la storia e la filosofia; immergendo il lettore nella singolarità di un'esistenza che ha saputo inventare una moltitudìne di forme visive dilatate nell'arco di un secolo di vita (è bene ricordare che Oliveira è l'unico cineasta vivente ad aver esordito all'epoca del muto).
Dunque non solo il Cinema, ma le immagini attraverso la Vita e il pensiero dell'uomo: potrebbe essere questa una delle possibili chiavi di lettura del denso saggio cinefilosofico di Nisio. Suddiviso in tre parli - intitolate rispettivamente «Politica, palco d'un popolo», «Parola e utopia» e - «Principio d'incertezza», ed accompagnato da una «monumentale» sezione bio-bibliografica che testimonia l'ampissimo lavoro di ricerca e documentazione svolto dall'autore questo ritratto abbraccia l'intero corpus dell'opera di Oliveira orientandosi fra le sequenze di capolavori della modernità cinematografica come Francisca, Specchio magico, Belle Toujours, solo per citarne alcuni; perdendosi fra le rime di poemi, interviste e saggi del cineasta tradotti per la prima volta in italiano da Nisio; naufragando, infine, fra i «corpi» incerti e fantasmatici dei protagonisti dei film che si materializzano fra le «pieghe» barocche di questo viaggio visivo.
Appena in filigrana poi è possibile imbattersi negli «spettri» di Derrida, nell’immagine-tempo di Deleuze, nell’etica della parola di un filosofo dimenticato come Brice Parain, o nel pensiero cinematografico di Henri Agel, altra autentica scoperta del libro, «traghettatore» d'immagi conosciuto quasi unicamente dai lettori dei volumi sul cinema di Serge Daney. Così, più che ad un libro; Manoel de Oliveira assomiglia ad un curioso gioco di specchi dove l'arte dì Oliveira si rifrange nei temi della riflessione filosofica di Nisio (il concetto di «massa», la «partecipazione» come forma di conoscenza collettiva, il primato delle emozioni, il nesso che stringe etica estetica e politica in uno scambio di suggestioni dove parole ed immagini; autore e cineasta finiscono per parlare con una sola Voce, per «non avere più volto». Mentre al lettore/spettatore non resta che accettare le regole del gioco lasciandosi (dis)orientare dalle pagìne di un libro appassionante ed appassionato con la certezza che alla fine della lettura si sarà intrapreso una navigazione ben oltre gli sconfinati mari del cinema di Oliveira.

«Corriere del Mezzogiorno» Sabato 24 luglio 2010

 

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