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Perché Truffaut... di Irene Bignardi Stampa
Martedì 03 Febbraio 2009 17:41

Perché Truffaut faceva svenire i suoi attori
Bisogna incoraggiare i coraggiosi, anche se, secondo logica, essendo già coraggiosi, non avrebbero bisogno di incoraggiamenti. Ma, nel paesaggio non sempre brillante di un’editoria che cerca troppo spesso il successo facile, sapere che esiste una casa editrice come Le Mani dà il piacere di comunicarlo a che condivide le stesse passioni.

Dal 1993, Le Mani (di cui non conosco i responsabili ma solo i libri) ha messo insieme una ragguardevole biblioteca di titoli dedicati al cinema: da John Ford a Orson Welles, da Ermanno Olmi a David Lynch, da Hollywood a Cinecittà, dal musical alla commedia italiana, spesso con tagli sofisticati, personali e avventurosi – come il recente libro, di cui ho già parlato, dedicato a 2001: Odissea nello spazio e affidato alla sapiente “follia con metodo” di Giuseppe Lippi. Ora a seguire i recenti Quentin Tarantino di Simona Brancati e Il buio elettrico. Il cinema e la sfida del Novecento firmato da Liborio Termine (ma ci vorrà un po’ di tempo per leggerlo, è sulle trecento pagine e ha due grandi protagonisti, D’Annunzio e Pirandello), è arrivato un piccolo libro stravagante e divertente (a patto che a leggerlo sia un’anima cinefila), Le grand noir. Mancamenti e corpi addolorati nel cinema di François Truffaut, di Mauro Marchesini.
L’autore, milanese, critico cinematografico, esperto di Hitchcock, percorre il cinema di Truffaut e la sua “screziatissima meteorologia sentimentale”. Meglio, un corpus cinematografico che definisce “un melodramma sulla perdita e sul tempo canaglia”. E come lo fa? Attraverso un singolare marchingegno narrativo, fisico ed emotivo, che, si scopre, Truffaut mette in scena nei suoi film almeno dieci volte: lo svenimento. Mancamento tipicamente femminile, ma guarda caso inaugurato nella filmografia di Truffaut da un uomo, l’Oskar Werner di Fahrenheit 451, e seguito da tutte o quasi le sue belle signore, come via di fuga, negazione della realtà, abbandono assoluto, brevissimo lungo addio, come lo vede un poeta che corteggiava il pensiero della morte. Un percorso bizzarro attraverso il cinema di Truffaut, che ci fa incrociare anche Rohmer, Kleist, Stendhal, Hitchcock, Bresson.


Irene Bignardi
Il Venerdì di Repubblica 23 gennaio 2009

 

 

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