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RIPENSARE L'ORIENTAMENTOROMAN POLANSKI

ROBERT BRESSON. L'anima e la forma

Sergio Arecco
1998
pp. 222
ill. b/n
€13,00
ISBN 978-88-8012-095-7
Info su: Arecco Sergio

Tredici film in quarant’anni da La conversa di Belfort (Les anges du péché, 1943) a L’argent (1983), tutti ispirati a un unico grande tema: l’eclisse del sacro. Con una straordinaria coerenza ideale, sostenuta da un’altrettanto straordinaria coerenza stilistica, Robert Bresson, ha attraversato le diverse stagioni del cinema francese del dopoguerra rimanendo rigorosamente fedele a se stesso e a una personalissima idea di cinema assoluto, totalmente immune dalle mode e dalle tendenze (inclusa la nouvelle vague, che, se mai, con film come Un condannato a morte è fuggito e Pickpocket il regista contribuì a influenzare). E totalmente immune anche dai compromessi con le convenzioni cinematografiche consolidate. Scarnificando il linguaggio filmico, essenzializzando la scrittura fino a ridurre la «pagina» a uno spoglio alfabeto di gesti e sguardi, Bresson ha fondato, almeno a partire da Il diario di un curato di campagna, un proprio metodo e un proprio codice figurativi, incidendo profondamente e irreversibilmente nella vicenda delle forme e delle strutture narrative del cinema come arte. Film come quelli citati, o come i successivi Au hasard Balthazar, Mouchette, Così bella così dolce, Lancillotto e Ginevra, disseminati con estrema parsimonia nel corso degli anni da un regista che ha sempre concepito ogni film come un aspro esercizio di ascesi, hanno scandito le fasi salienti di una ricerca via via più accanita e radicale, la ricerca di una misura interiore, etica e religiosa, che coincidesse puntualmente con una misura formale, altrettanto netta e irribucibile.








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