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IL CINEMA DI SILHOUETTEIL CINEMA DI ZHANG YIMOU

IL CINEMA DI TOTÒ (1935-1945). L'estro funambolo e l'ameno spettro

Alberto Anile
1997
pp. 224
ill. b/n.
€13,00
ISBN 978-88-8012-051-3
Info su: Anile Alberto

 Premio Filmcritica Umberto Barbaro 1997

Prima di approdare con successo a quel cinema “popolare” di grana un po’ grossa che gli avrebbe dato fortuna e riconoscimenti in vita, ma che solo di recente la critica ha cominciato a rivalutare, Antonio Clemente alias Antonio De Curtis, in arte Totò, già affermato interprete della grande tradizione teatrale napoletana, aveva suscitato l’interesse di registi “colti” e di intellettuali attratti dalla sua comicità surreale e dalle peculiari caratteristiche fisiche. Negli anni della sua formazione come attore di cinema, Totò sullo sfondo delle polemiche futuriste e di una temperie culturale insospettabilmente vivace, verrà così coinvolto in una decina di progetti, alcuni dei quali molto ambiziosi, che mobiliteranno intorno a lui i migliori registi e sceneggiatori e i più esperti produttori, ma anche noti critici e scrittori di grido come Zavattini, nel tentativo di valorizzare al meglio la sua maschera lunare e burattinesca. Tentativi quasi mai riusciti – anche se pellicole come Animali pazzi, San Giovanni decollato del 1940 hanno lasciato qualche traccia nella storia del cinema italiano –, ma tuttavia essenziali per la formazione del “personaggio” Totò e per gli sviluppi successivi della sua filmografia. Attingendo a una mole notevole di materiale documentario rintracciato in anni di appassionata ricerca, Alberto Anile ricostruisce la parabola di un attore che “avrebbe potuto essere” il Chaplin o il Keaton italiano, ma che, scegliendo invece di rimanere nel solco della tradizione nazionale, seppe trovare uno spazio originale nella cultura popolare del paese, allontanandosi progressivamente da quegli inizi “colti” che avevano caratterizzato la sua carriera. Anile non si limita però a ricostruire le vicende biografiche e professionali del “primo” Totò: i continui riferimenti al contesto storico e alla produzione del periodo 1930-1945 consentono infatti una inconsueta analisi del cinema italiano tra la fine dell’età del muto e l’inizio del Neorealismo, facendo luce su un periodo difficile e importante, del quale i “telefoni bianchi” sono soltanto il simbolo più abusato e meno adeguato per rappresentare degnamente una stagione creativa dagli esiti, spesso molto più che dignitosi. del 1939 o









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