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ANTONIO ANIANTE OUTSIDER DEL TEATROARIA DI LIBERTÀ. Storia di un partigiano bambino

ANTONIO ANIANTE. I semidei della mafia locale

Antonio Aniante
a cura di Graziella Corsinovi
2009
pp. 136
€14,00
ISBN 978-88-8012-429-0
Info su: Corsinovi Graziella

Antonio Aniante (1900-83), geniale e prolifico scrittore catanese, è figlio esemplare di quella Sicilia che ha dato all’Italia la grande letteratura del Novecento.
Approdato da outsider al teatro, proprio ai testi drammatici Aniante consegna la sostanza più trasgressiva e innovativa della sua poliforme attività (vastissima è la sua produzione di poesia, narrativa, memorialistica, saggistica, in lingua italiana e francese, essendo l’autore perfettamente bilingue).
Insieme alle commedie più note di Aniante, Gelsomino d’Arabia (1926) e La Rosa di Zolfo (1958) (interpretata da Domenico Modugno e Paola Borboni), I semidei della mafia Locale (1927-30) sono l’exemplum divertente e brillante di un teatro d’avanguardia giocato sul filo del rocambolesco e del surreale. Muovendosi agilmente tra Futurismo, Espressionismo, Dadaismo, Surrealismo, assimilati soprattutto a Parigi e a Roma, questo “nomade “della cultura, li declina però originalmente, con tematiche e strutture fortemente connotate da una specifica cifra siculo-mediterranea.
Al fascino della sua fantasia vulcanica, non si sottrasse nemmeno Anton Giulio Bragaglia (come testimonia la Prefazione polemica), prestigioso regista del Teatro degli Indipendenti di Roma, che lo scelse anzi come uno dei “suoi” autori prediletti.
Egli colse, dei lavori anianteschi, la duttile disponibilità ad essere utilizzati per un nuovo teatro teatrale che, svincolato dalla rigida sudditanza al testo, nella cooperazione feconda di tutte le arti (musica, colore, luci) e delle molteplici componenti della messa in scena (attore-autore-scenografo-regista) si realizza nella sua pienezza attraverso la dimensione dinamicamente aperta e policentrica dello spettacolo.
Inseguendo le volute di una creatività sbrigliata e scoppiettante, Aniante, con la destrezza ariosa e semplificatric del puparo, lascia sfilare sulla scena i suoi personaggi come fossero pupi o marionette che, nella loro irriducibile e vitale sicilianità, appaiono talvolta, e loro malgrado, attraversati dal brivido di una struggente sicilitudine.








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